Chi sei?
“Guarda Laura è venuta a trovarti Giulia, tua figlia”, dice Liliana chinandosi su mia madre il cui sguardo vago è puntato alla televisione dove immancabile su Rai Uno trasmettono una replica di Don Matteo.
“Ciao mamma”, dico avvicinandomi.
Mia madre strizza gli occhi e sbatte le palpebre donandomi poi un gran sorriso, che ormai regala a tutti indistintamente che sia l’addetto alla derattizzazione del giardino o il milionario di passaggio a far visita a mio fratello.
“Buongiorno è qui per farmi la manicure?”, chiede allungando la sua mano gelida. Con la vecchiaia la pelle delle sue mani si è fatta spessa come la cotenna di un maiale.
Annuisco e sorrido a lei e a Liliana accanto. “Sì Laura, sono venuta da Milano, che smalto vuoi mettere oggi?”, le dico sedendomi su un piccolo puff accanto alla sua poltrona.
Lilliana capisce al volo l’antifona e recupera dal bagno due flaconcini di smalto. Oggi, stamani, e forse anche nel pomeriggio per mia madre sarò l’estetista. Stasera chissà?
“Quello rosso o vuoi ancora il color albicocca?”. dico mostrandole i colori.
“Voglio lo smalto rosso, stasera esco a cena”, dice.
“Ohilà!”, dico sorpresa mentre Liliana adagia su un tavolino acetone e armamentario vario per la manicure. “Ci mettiamo in ghingheri allora, Laura?”.
Sorride come una ragazzina e abbassa gli occhi come se provasse imbarazzo.
“Stasera mio marito mi porta fuori a cena”.
“Che bello!”, esclama Liliana che finalmente si è seduta sul divano accanto prendendosi una meritata pausa. E’ di origine ceca, ma posso affermare che è più italiana di altre in circolazione. Vive nel nostro Bel Paese da venticinque anni. Da quando un’estate in vacanza ha conosciuto un bel ragazzo calabrese per cui ha lasciato la sua casa nel nord. Da sette anni vive invece ad Arma di Taggia, da sola, il bel ragazzo calabrese è rimasto al paese convolando a nozze con una di quindici anni meno.
Lilliana è una bellissima donna, vivace e che non si è arresa e non si arrende ancora alle prove della vita. Nel fondo del suo cuore è sempre speranzosa di trovare un amore giusto, ma allo stesso tempo quel cuore è talmente disilluso che non si pone la questione, tuttavia noto i suoi capelli di una colorazione differente e penso che gatta ci cova.
“Dove ti porta tuo marito a cena?”, chiedo levando con il cotone le tracce del precedente smalto color albicocca.
“Non lo so, è una sorpresa. Ha detto che è in riva al mare”.
“Sarà un bel posto, sono sicura che farete una cena a lume di candela”, dice Liliana sbadigliando.
“Sicuramente”, dico.
“Lei è sposata signorina?”, chiede mia madre e il mio finto sorriso benevolo casca a terra. Fermo il trattamento per guardarla dritta negli occhi. Non c’è traccia di lei ormai, non c’è più quella cupezza di cui avevo il terrore da bambina. Vorrei dirle che per tutti i miei venticinque anni prima del buio della sua mente non ha fatto altro che ripetermi ogni santo giorno di non sposarmi e di non fare figli. Ogni santissimo giorno le sue mani si sono strette ai miei avambracci, i suoi occhi a dieci centimetri dai miei e quel maledetto monito detto a denti stretti. “Non sposarti e non avere figli!”.
Sì, questo è il mantra mentale che ha accompagnato la mia identità. Non credere all’amore e non procreare. Diffida della vita.
Vaffanculo stronza! Questo invece è il pensiero, questo quanto desidero dirle e urlarle in faccia, ma faccio zen, come sempre, da sempre e per sempre. Ingoio il rospo e lascio correre.
“No, Laura, aspetto il principe azzurro”, rispondo. Con le forbicine elimino alcune pellicine alle sue dita.
“Io l’ho trovato il principe, lo sa che mio marito Ottavio è un rinomato dottore? Lei pensi ha conosciuto anche il Papa”, dice orgogliosa.
“Bello!”, rispondo alzando gli occhi al mobile alle sue spalle dove tra le cornici in argento scovo quella con il volto di mio padre Vasco. Gli sorrido nel nulla ormai lontano da me e socchiudo appena gli occhi. A volte penso a quanto ha retto la situazione con mia madre per me e mio fratello e oggi, nonostante i sacrifici immensi per tenerci insieme e non farci ammattire pure noi, lei nemmeno se lo ricorda più. L’ironia della sorte si chiama e molto triste a pensarci bene.
Mi affretto e le spalmo lo smalto, voglio allontanarmi. Prendere un respiro. L’odore di mia madre non mi piace. Mai piaciuto. E starle così vicino me lo sento entrare nelle narici e prendere possesso del mio corpo, di me. Termino veloce e mi alzo.
“Adesso Laura non ti devi muovere, devi aspettare che lo smalto si asciughi”.
“Va bene, grazie signorina. Lei è molto carina”.
Grazie, tutta mia madre mi verrebbe da dire, ma faccio finta di nulla. Ancora ingoio e lascio correre, speranzosa che un giorno qualcosa mi renda libera di essere.
“Liliana porto le mie cose in villa, il codice d’accesso è sempre lo stesso?”.
“Sì, lo stesso”.
“Laura, ci vediamo dopo. Vengo a vedere la televisione con te dopo, così ti sistemo anche i piedi”.
“Va bene grazie”, dice con un sorriso.
Quando tornerò sarò un’altra signorina per la sua testa e va bene, entrerò in una nuova sceneggiatura, almeno mi divertirò un po’ con Liliana in discorsi senza senso.
Esco dalla dependance e getto uno sguardo al mare e a Montecarlo. C’è un mega barca che spicca di fronte alla baia. La riconosco, ricordo di averne letto su un giornale e costa la bellezza di quattrocentocinquanta milioni di euro. Una barca… E’ di un russo, e penso che il mondo è un luogo distorto e contraddittorio. Quattrocentocinquanta milioni per una barca spesi dal magnate che in quel momento starà pranzando a suon di aragosta, equivalgono ai quindicimila euro per una macchina di un uomo medio. La proporzione è davvero sconcertante a pensarci. Gli zeri dopo la virgola prima di arrivare al tre percentuale sono davvero troppi. Paraganando i fior di milioni spesi per uno yacht ad uno stipendio comune si potrebbe dire a conti fatti che un’auto costa cinque centesimi.
Qualcosa mi lecca la caviglia, abbasso lo sguardo e vedo ai miei piedi un micro-cane. Un Jack Russel, per la precisione.
“Chi sei?”, chiedo piegandomi sulle ginocchia prendendolo in braccio. Mi lecca la faccia e lo allontano un poco per guardarlo meglio. E’ vivace e simpatico come tutti i simili della sua razza. Ha una macchia a contorno dei un occhio.
Non sapevo che mio fratello avesse preso un nuovo cane. Carlotta e Arturo, i due pastori del Bovaro li ho sentiti abbaiare appena sono arrivata, ma sono chiusi nel recinto per non dar fastidio al giardiniere intendo a sistemare alcune aiuole. Faccio qualche passo e vedo una pallina da tennis tra i fili d’erba tagliati al centimetro. Mi piego rimettendo la bestiola a terra e cerco di prendere la palla, ma i denti aguzzi del cane la inforcano prima che riesca e non ne vogliono sapere di lasciarla andare.
Provo un paio di volte a toglierla dalle sue fauci, poi mi arrendo, e anche lui, intuendo che mi sto scocciando. Tento ancora la presa e di nuovo si avventa su di essa. Cane, penso, sei un cane. Potrebbe fare questo gioco per sempre senza stancarsi. Riesco infine a rubargli la pallina e la lancio lungo il prato. Mentre aspetto che torni a portarmela dalle mie spalle sopraggiunge un acuto profondo emesso da una voce gutturale e maschile che mi fa sobbalzare dallo spavento. Anche il cane si è allarmato tanto da arrestare la sua gioia canina a metà strada e proseguire chino chino fino a raggiungere i miei piedi.
Sento ancora quel grido acuto e sono preoccupata, non tanto per me, ma per la bestiola che si è stesa a pelle di leopardo sopra le mie scarpe.
Mi volto e da oltre la siepe che separa il giardino con quello confinante vedo elevarsi un uomo. Dice qualcosa, ma non lo capisco.
“Non parlo in francese”, dico in italiano. Qui a Montecarlo sono per la maggioranza italiani e i pochi francesi, anche se fanno finta di nulla, capiscono benissimo la lingua italiana.
“Cane”, dice in inglese, “Per favore, il cane”, dice ancora.
“Ah”, bofonchio. Afferro pelle di leopardo che tremolante tra le mie mani subito infila la testa sotto al mio mento. Cristo Santo, mentre mi avvicino alla siepe per consegnargli la bestiola colgo di passo in passo maggiori particolari del tipo, e comprendo il terrore della piccola creatura tra le mie braccia. Non penso sia normale che un uomo riesca a superare una siepe di due metri, ma lui ci riesce e non capisco.
In inglese, mentre mi avvicino gli spiego che l’ho trovato in giardino e pensavo fosse, ma non mi fa finire la frase che apostrofa il nome del cane “Zezze”, credo di capire e mi dice senza molte cortesie: “Dammelo”.
Attraverso le fronde della siepe vedo che è in cima ad una scala e mi tranquillizzo. Ha una normale altezza. Alzo il cucciolo che si divincola. Mi dispiace. Se un cane è così impaurito non so cosa pensare.
Il tipo si sporge oltre la siepe e vedo solo dei bicipiti e pettorali calarmi addosso. Sono fin troppo sviluppati e completamente ricoperti di tatuaggi. I suoi occhi, di ghiaccio, nemmeno mi sfiorano. L’espressione inflessibile. Un volto del genere è in grado di sorridere a qualcuno che sorride sotto di lui mentre gli restituisce l’amato cane? Non sembra.
“Tenga”, dico passandoglielo tra le mani. Noto le nocche e i dorsi tatuati. Una pistola, un coltello, un teschio. Insomma il solito armamentario da tattoo.
Afferrato il cane sparisce senza proferire parola alcuna e tutto finisce così.
Lo sento oltre la vegetazione rimproverare il cane, e intuisco dalla cadenza della lingua che il tipo è russo. Negli ultimi anni il Principato di Monaco si è riempito di gente dell’est. Ricchi magnati che nulla hanno a che vedere con l’orda migratoria che attanaglia il Paese. Stanno portando enormi capitali nelle casse del piccolo Stato d’elité, tanto che il nuovo quartiere sorto a sud ovest da poco è ormai un sobborgo di moscoviti.
Torno sui miei passi e intercetto la pallina da tennis tra i piedi, la raccolgo e la lancio oltre la siepe senza troppi pensieri.
“Buongiorno Signò”, sento alle mie spalle.
E’ Otis, che appare sempre trasandato come Sampei. Mi sforzo di non ridere, quando parla mi ricorda Ariel il domestico filippino interpretato da Marco Marzocca.
“Fatto buon viaggio, Signò”.
“Sì, tutto bene, tu come stai Otis?”.
“Tutto bene, signò”.
Sto per chiedergli in quale stanza posso portare la valigia ma qualcosa mi tocca il piede. Abbasso lo sguardo e c’è Zezze scodinzolante con la pallina in bocca.
Oh cazzo! A quanto pare un cane si è innamorato di me!