Quello che ti pare

Quello che ti pare

Capitolo 1

Manovre Traverse

Seduta alla scrivania tergiversavo su quale effetto grafico dare alla bella auto rossa in corsa sulle colline toscane. Il ritocco doveva rendere l’immagine più accattivante tanto da ispirare spavaldi automobilisti dell’avvenire.

Avevo già provato ad opacizzare, ma il risultato aveva reso l’insieme troppo aggressivo e anche un po’ cupo per il concept pubblicitario. Lo slogan non dava molte alternative: E’ la passione a vincere… vivila fino in fondo. Pensai che enfatizzando i colori del tramonto forse sarei riuscita a dare maggior risalto avvicinandomi così all’idea tanto esaltante di sedersi al volante.

E viviamola fino in fondo questa benedetta passione”, mormorai sottovoce appoggiando la mano sotto al mento a sorreggermi la testa. Meditabonda, cercai di immaginare un sentimento tale.

Vai verso un’orizzonte non minaccioso, ma caldo, rassicurante. Domani è un altro giorno. Il futuro è roseo. Fatti trasportare dalla vita. E altri mille slogan propositivi.

Dal barattolo delle compensazioni presi una rotella di liquirizia addentandone una punta e srotolandola la mangiai centimetro dopo centimetro.

Decisi di concentrarmi sul tramonto, aggiungendo un livello di lavoro, e con un pennello da mille pixel applicai uno sfondo giallo intensificando i toni dell’orizzonte. Attraverso la musica sparata in cuffia provai ad entrare in contatto con l’atmosfera di un futuro radioso. I Boards of Canada avevano la giusta melodia ad evocare destini inconcepibili alla coscienza, ma concepibili all’inconscio, il vero motore dell’animo umano. Ondeggiando sulla sedia con gli occhi chiusi fantasticai di starmene seduta dentro l’auto dei sogni. Il piede sul pedale dell’acceleratore, le mani strette al volante in pelle, un rosso rosato oltre il parabrezza e il cuore pieno di promesse e desideri. Satolla di quell’energia risolutrice del sì può fare, e nulla sulla strada ad ostacolare la libertà nella brama di conquista. Esattamente come una giocatore di football al limite del tempo, carico di adrenalina, che corre con tutto se stesso, schiva, salta, abbatte ostacoli per proteggere il prezioso tesoro stretto al petto, e infine una volta giunto alla meta lo scaraventa a terra alzando poi le braccia al cielo e urla di gioia perché porco cazzo ce l’aveva fatta. Wow che sensazione! Mi si era accapponata la pelle solo ad immaginarlo.

Una mano toccò la mia spalla e riemersi dalla musica e dal sogno catapultandomi nel mondo del non si può fare mai niente senza essere disturbati. Tolsi l’auricolare di destra e alzai lo sguardo.

«Hai finito?», chiese Linda, «Devo mandare tutto in stampa entro mezzogiorno».

Selezionai opacizzare al settanta per cento, accentuai i colori del tramonto applicando un filtro e salvai il file.

Ciao, ciao bell’auto. Fai sognare il mondo!

«Pronto!», dissi, «Carico il file sul server ed è tutto tuo».

«Com’è andato il matrimonio?», chiese raccogliendo una rotella di liquirizia dal mio barattolo.

Raddrizzandomi sulla sedia abbandonai la postura da bradipo e risposi con un sintetico: «Bene!».

Non amavo raccontare i fatti miei al lavoro, e non avrei nemmeno detto nulla riguardo al matrimonio di mia sorella, ma avendo chiesto una settimana di permesso non retribuito alla Vigoretti & Prinetti Concept, luogo in cui le ferie erano ancora ostinatamente e rigorosamente fissate ad agosto, tutti ne erano venuti a conoscenza.

«Hai fatto qualche foto?», chiese.

Scossi la testa. «Personalmente no, aspetto che me le giri mia sorella».

Figurarsi se gli facevo vedere le foto del matrimonio mascherato con l’entourage erotico del Lux Valhalla.

«Poi le voglio vedere, si è sposata a New York vero?»

«Sì», risposi indifferente alla sua curiosità.

Improvvisamente Linda divenne seria e cerea in volto.

«E’ arrivato!», esclamò.

«Chi?», chiesi curiosa voltandomi verso l’ingresso dell’open space dove il suo sguardo si era raggelato.

«Il nuovo direttore!», disse.

Osservai un gruppetto di manager leccaculo attorno a una figura di cui intravidi solo una porzione di spalla.

«Ma Baldani?», chiesi.

«Non lo sai?!», chiese meravigliata strabuzzando gli occhi, «Non hai letto l’email?»

No, non lo avevo fatto. Leggere le emails quel lunedì mattina non era stata tra le mie priorità. Con il jet-lag addosso era già tanto avessi aperto il programma di grafica.

«No!», risposi, «Ho pensato fosse urgente finire la campagna della Bmw e poi aggiornarmi».

Lei annuì pensierosa.

«Certo era prioritario. Comunque, hanno silurato Baldani la scorsa settimana, pare abbia avuto uno screzio con la direzione lo sostituirà Tommaso Prinetti, il figlio del capo supremo».

Sarà uguale a tutti gli altri, pensai, narciso e figlio di papà. Di sicuro fresco di laurea era stato mandato in missione a disintegrare quanto rimaneva di un’azienda che aveva visto i tempi d’oro nel secolo scorso.

«Alle undici ci sarà una presentazione nella sala conferenze».

«Grazie per avermelo detto», mi affrettai a dire, «di sicuro restavo qui».

«Vado a fare le stampe in laboratorio, ci vediamo dopo, tienimi la sedia se arrivi prima di me».

«Ok», e riacciuffata la cuffia tornai alla musica, ma ormai l’atmosfera da sogno era persa e anche la mia predisposizione al viaggio.

Lessi l’email di aggiornamento settimanale in cui erano evidenziati gli step dei progetti in corso e il comunicato interno ai dipendenti relativo alla nomina del nuovo direttore, appunto Tommaso Prinetti. Diedi una scorsa veloce alle poche righe a motivazione della sostituzione e alla breve biografia del soggetto. Si era laureato alla Bocconi di Milano, ovviamente, aveva frequentato diversi Master negli Stati Uniti, ovviamente, aveva lavorato per quattro anni in un’agenzia di comunicazione digital di New York, ovviamente, faceva volontariato, ovviamente, e praticava scherma, ovviamente. Non me ne fregava granché del cambio al vertice. Il mio lavoro era di semplice esecutivista, e non avevo ruoli partecipativi all’agenzia se non rendere migliori le immagini. Inoltre, in cinque anni di onorato servizio, avevo visto battaglioni di stagisti, dirigenti e addetti alle pulizie ruotare a ciclo continuo. Sapevo con certezza che tempo un anno l’agenzia avrebbe chiuso o al massimo ceduta a qualche colosso smembra azienda e di questo non me ne preoccupavo minimamente. Avevo un progetto in corso, e soprattutto meno di un anno per decidere se tornare a vivere New York e accettare gli accordi di successione dettati da mio padre. Qualsiasi destino aspettasse l’agenzia non avrebbe influito sulla mia vita.

All’improvviso dalla chat aziendale apparve un messaggio di Linda.

Linda Rovesi: Giorgietti ha visto l’immagine finale dice di rendere l’orizzonte meno intenso, è troppo da porno… ;-(

Puff! Sorrisi amara. Inutile cercare confronto con chi guidava uno pseudo suv dei poveri. Non si poteva fare nulla con la pochezza del Project Manager Luxury, un limitato negli orizzonti e di certo non era la passione a spingerlo bensì la taccagneria. Come sempre obbedii e risposi con un OK seguito da emotion di un pollice alzato che sottointendeva. “Che si fotta!”.

Alle undici mi spostai in sala conferenza dove raggiunsi Linda accomodandomi nella sedia tenuta in caldo per me dalla sua Moleskina. In attesa del team di dirigenti mi trastullai i pensieri con il cellulare, come i restanti presenti, a parte Linda intenta a scarabocchiare piccoli disegni floreali sul suo quadernetto.

«Buongiorno a tutti», non alzai nemmeno lo sguardo dallo schermo del telefono. Ero impegnata in una intensa chat con mia sorella in aggiornamento dalle Hawaii dove si trovava in luna di miele, «sono Tommaso Prinetti e da oggi entro a far parte del team della Vigoretti & Prinetti Concept, sono molto felice…… bla bla bla».

Chiusa la chat spostai i miei interessi sulla pagina di facebook, avviai un video postato da un vecchio compagno di università, e osservai una tizia coreana scivolare sdraiata reggendosi in equilibrio su dei pattini a rotella sotto cinquanta auto. Sconvolgente l’elasticità dell’acrobazia.

«Mi piacerebbe….. bla bla bla… avere contatto con ognuno di voi per conoscerci e intraprendere insieme un nuovo viaggio che porti a… bla bla bla».

Con la coda dell’occhio guardai il display del mio vicino sintonizzato sul video di un tettona su una giostra da luna park e poi controllai a che punto fosse il disegno di Linda. Aveva abbandonato i fiori per la silhouette di un uomo. «Pertanto il nuovo motto dell’agenzia sarà: se smetti di sognare allora stai dormendo!», e a quel punto cercai di dare un volto a chi aveva appena pronunciato quella cazzata madornale.

Purtroppo non ne ebbi il tempo poiché l’intera platea si alzò in piedi per un rapido applauso disperdendosi due secondi dopo verso l’uscita in direzione della sala mensa per un buffet di benvenuto gentilmente offerto dalla dirigenza.

«Mi sembra un tipo sveglio!», affermò Linda.

«Sì è vero», risposi dubbiosa. Non avevo seguito nulla del discorso. Come ho già detto, in cinque anni di servizio alla Vigoretti & Prinetti Concept avevo presenziato ad almeno dieci discorsi identici di direttori meteore e tutti, bene o male, avevano avuto come comun denominatore la stessa propositività che in un anno si era dimostrata essere l’esatto opposto, ovvero sterilità e improduttività.

In fila verso l’uscita dalla sala entrò al cellulare la chiamata di Pamela, la mia coinquilina.

«Ci vediamo in mensa», dissi a Linda spostandomi dalla coda, «rispondo al telefono e poi ti raggiungo».

«Pronto?».

«Ciao Sabrina».

«Che succede?», chiesi sorpresa che mi chiamasse sul lavoro.

«Mi ha telefonato il padrone di casa dicendomi che siamo in ritardo con l’affitto».

«Che palle! Sempre la stessa storia. Ho fatto il bonifico ieri, lo sa che deve aspettare un paio di giorni per vedere l’accredito sul suo conto».

«E’ quello che gli ho detto anche io, ma è un fottuto rompicoglioni».

«Sì, lo so, senti adesso gli mando la copia della disposizione per email».

«Fallo subito».

«Ovvio. Dove sei?».

«Sono qui a Lecco, hanno appena consegnato i frustini, ma sono una cinesata orripilante, li ho già rispediti indietro. Mi hanno assicurato di consegnare quelli deluxe per domani. A che ora arrivi stasera?».

«Achille passa a prendermi alle cinque, traffico permettendo saremo alla villa per le sei e mezza».

«Va bene, a dopo, baci testolina».

«Ciao, a dopo».

Pamela era la mia migliore amica e coinquilina. Ci eravamo conosciute ad un incontro di Kink per errore. Ero da pochi mesi a Milano e non conoscendo nessuno una sera avevo deciso di partecipare ad un meetup di graphic design organizzato in un locale in centro tanto per conoscere persone dell’ambiente e fondamentalmente per racimolare qualche contatto per un possibile lavoro, ma all’ingresso la cameriera mi aveva orientato al tavolo sbagliato. Avevo subito notato la stranezza dei personaggi già accomodati, ma non gli avevo dato peso. I creativi o presunti tali spesso peccano di egocentrismo. Mi ero presentata ed un coro di benvenuto e occhi a radiografarmi per intero mi aveva accolto. Dopo circa dieci minuti alla domanda se fossi una top, o bottom, o slave, o mistress o clinical avevo capito di essere al tavolo sbagliato. Tra i commensali avevo notato anche Pamela seduta accanto ad un uomo di mezza età che mi ricordava Edward mani di forbice. Mi ero scusata per l’errore e avevo poi raggiunto il tavolo giusto dove dopo un succo di frutta e altri dieci minuti avevo abbandonato per la stessa ragione della precedente. Alla fine ogni luogo di incontro, qualsiasi argomento trattasse, anche il più intellettuale, era solo un’occasione per rimediare una scopata o l’amore della propria vita. Avevo poi incrociato Pamela in metropolitana e ci eravamo trovate a chiacchierare sulla banchina d’attesa e nel tragitto fino alla sua fermata avevo scoperto che il motivo della sua partecipazione al Next generetion of the Kink era per scrivere la tesi di laurea che aveva come argomento il mondo variopinto del Bsdm. Stava cercando un Master che l’aiutasse a sviluppare la psicologia del dominatore, ma dopo l’esperienza sembrava intenzionata a cambiare argomento di laurea. I Dominatori incontrati le avevano dato l’idea di essere solo degli sfigati galattici e che applicavano la pratica prevalentemente per compensare il micropenismo. Alla fine ci eravamo scambiate il numero di telefono e tra una chat e l’altra e cazzate varie, più o meno due mesi dopo mi aveva contattato per sapere se fossi interessata a subentrare alla sua coinquilina o se conoscessi qualcuno. E così armata del mio bagaglio ero subentrata nella stanza mansardata. Pamela aveva conseguito poi la laurea in sessuologia e psicologia più che altro per risolvere la sua anorgasmia. La risoluzione al problema e anche la svolta alla sua carriera erano arrivate un paio di anni dopo attraverso Achille. Un porno attore nel tempo libero e igienista dentale di giorno rivoltosi a lei per un problema di disfunzione erettile dovuto allo stress da lavoro. Il caso clinico si era risolto con una decina di sedute e prevalentemente perché Pamela aveva intuito come le capacità in campo attoriale di Achille unite a quelle di professionista in campo medico fossero, nel loro insieme, un mix perfetto per risolvere la sua anorgasmia e non solo la sua… Da un anno infatti avevano unito la loro sinergia in servizi ad personam di Terapia Mansionale Integrata Applicata, nel senso che anziché prescrivere esercizi o analisi visivo emotivo per superare intoppi sessuali, Achille si prestava personalmente accompagnando le pazienti con pratiche sessuali dedicate. Per quanto assurdo, le clienti non mancavano, e i feedback positivi avevano incrementato il loro affari. Curavano con la pratica.

Girai l’email al padrone di casa e lenta lenta affrontai le scale, che preferivo sempre all’ascensore di cui avevo il terrore.

Al quarto piano un uomo spalancò la porta sull’androne delle scale e senza degnarmi di un sguardo o scusarsi di tagliarmi la strada con indifferenza e passo spedito si affrettò a salire distanziandomi di dieci gradini in due secondi.

Raggiunta la sala mensa mi arrestai sulla soglia in cerca di Linda che individuai a parlare con il coglione di Giorgietti. Senza pensarci un secondo di più preferii prodigarmi a riempire un piattino di… bella domanda.

Di niente, odiavo il cibo dei buffet, padroneggiavano sempre e solo quantità industriali di salumi italiani, pasta e pietanze unte. Da vegetariana mi era sempre difficile fare delle scelte salutiste. Alla fine cadevo sempre su pezzi di focaccia secca e mozzarelline tristi e ugualmente asciutte.

In attesa di impossessarmi del cucchiaio di portata per servirmi delle rondelle di zucchina unte avvertii il profumo di una colonia soppesare l’aria intorno alla mia persona. Una fragranza nota che mi disorientò non poco. Stavo per girarmi, curiosa di vedere chi fosse l’uomo immerso nel balsamo, ma arrestai ogni intenzione appena misi a fuoco una mano serpeggiare sotto ai miei occhi.

Un anello al pollice, nocche dure, pelle liscia, dita affusolate, robuste, un polso, un Rolex e un tatuaggio appena visibile sotto al cinturino. Un tentacolo erotico che meno di una settimana prima si era avventurato in mezzo alle mie gambe.

Porca puttana!

Abbandonai l’idea di imbrattare d’olio il mio piatto e spostandomi alla mia destra scivolai cheta cheta in fondo alla stanza. Al riparo dietro ai colleghi osservai l’uomo al buffet riempirsi il piatto di stuzzichini.

Era il tizio pedinato poco prima per le scale, e senza quasi ombra di dubbio l’uomo della nottata di follia al Lux Valhalla di New York incontrato e conosciuto in senso biblico in occasione dell’addio al nubilato di mia sorella, o almeno lo sembrava, ma non ne ero certa fino in fondo, o comunque quante cazzo di possibilità esistevano che a seimila chilometri di distanza lo rincontrassi. Inoltre l’incertezza era data dal fatto che nonostante avessi visto tutto del suo corpo non avevo visto il suo viso per via della maschera che entrambi indossavamo quella sera. Tuttavia l’anello e il tatuaggio e quel profumo non lasciavano molti dubbi al riguardo. Dio Santo! Se potevo averne uno a livello mnemonico il mio clitoride non ne provava alcuno in tal senso appena lo vidi addentare una tartina di salmone.

«Sei arrivata, finalmente!», disse Linda accanto insieme a Giorgietti e la Valeria Sabatini, la darkona.

Ingoiai una mozzarellina seguendo con lo sguardo Jack, così aveva detto di chiamarsi. Ma chi era e cosa ci faceva nella mia agenzia a Milano?

Il cellulare vibrò nella tasca posteriore dei miei jeans e recuperato mi persi a leggere un lungo messaggio di mia sorella in cui descriveva entusiasta l’esperienza di bungee jumpie appena fatta. Stavo per scriverle del fottitore australiano, questo il soprannome affibbiatogli con lei all’indomani della notte di sesso, quando Linda mi invitò a fare un passo indietro stringendomi, o meglio stritolandomi, il braccio.

«Ah Giorgietti le presento Prinetti il nuovo direttore», disse Marchesi mentre il profumo della colonia fluttuava nell’aria stordendomi di nuovo nei ricordi.

«Giorgietti è il Project Manager area Luxury, sta seguendo lui le campagne di Bmw e Lexus».

Alzai lo sguardo e tra le figure di spicco dell’azienda osservai il velato seduttore della notte di follia stringere la mano al coglione di Giorgietti.

«Buongiorno è un piacere conoscerla», disse quest’ultimo.

«Dammi pure del tu, il piacere è mio, spero di fare una chiacchierata quanto prima. Preparerò un’agenda al più presto, ho diverse idee da mettere in campo», disse Prinetti, alias Jack il fottitore australiano in un perfetto italiano madrelingua.

«Ottimo sono disponibile fin da subito», disse Giorgietti leccaculo.

Il mio cellulare vibrava compulsivo dalla raffica di fotografie spedite a profusione da mia sorella. Impietrita guardai meglio Tommaso Prinetti di profilo riconoscendo con assoluta certezza Jack. La linea carnosa delle sue labbra, la mascella, la barba lieve e il ricordo del suo respiro sulla mia guancia mi rizzarono i capezzoli. Parlava italiano in modo sciolto, ovviamente perché era italiano e non australiano come invece si era presentato. E secondo dopo secondo mi resi conto della menzogna e dell’assurda coincidenza. Trattenni una risata amara mordendomi le labbra imbarazzata e allo steso tempo sentendomi beffata.

«Le presento Linda Rovesi, senior graphic production , lei è Sabrina Golightly senior graphic developer, lei invece è Valeria Sabatini junior graphic developer», disse Giorgietti indicandoci una per una.

«Piacere Rovesi», proferì Linda porgendo la mano che lui fasciò con la sua e quell’anello. Strinse anche quella della darkona e l’osservai attendere un saluto consono alla situazione da parte mia. Ed esitai. I suoi occhi grigio verdi si socchiusero qualche istante sotto un paio di sopracciglia che non curvarono per nulla, ma si inclinarono sotto un punto di domanda invisibile secondo dopo secondo.

Oh merda!

Ero lì, con un cellulare in una mano e un piattino con due mozzarelle e un trancetto di focaccia nell’altra.

Mi palpitava il cuore e la fronte e il collo cominciavano a sudare freddo. Non sapevo se mi avesse riconosciuto, ma non riuscivo a costringermi ad avvicinarmi o a metter via il telefono per fare l’unica cosa che si aspettavano i presenti. Stringergli la mano, quella bellissima mano.

Distolsi lo sguardo da lui sbattendo le palpebre lentamente e con forza per guardarmi le mani occupate.

Cosa cazzo dovevo fare?

«Piacere», disse lui.

Mi limitai ad annuire con un sorriso, almeno credo, forse più una smorfia e soppesando il piatto e il cellulare implicitamente mi scusai della mia negligenza.

«Buon lavoro», disse allontanandosi con Marchesi e i seguaci manager al seguito. Sollevata respirai.

Appoggiai nelle mani di Linda il mio piatto e andai a prendere qualcosa da bere chiedendomi lungo il tragitto se mi avesse riconosciuto. Non mi era sembrato, tra l’altro, nell’abbigliamento di quel mattino, non assomigliavo per niente alla zoccola super agghindata della serata di follia, e la maschera sul viso aveva decisamente alterato i miei connotati come del resto i suoi. Era del tutto impossibile riconoscermi dietro un paio di jeans, una maglietta, e un paio di sneaker. Non ero certo la Femme Fatal di quella notte.

Ma neppure lui sembrava il mascalzone latino che avevo incontrato e che avevo identificato da due dettagli.

Davanti al cameriere delle bevande vagavo con lo sguardo dalla caraffa del succo di frutta all’arancia a quello alla pesca, indecisa, ma soprattutto in preda al timore che potesse avermi riconosciuto.

No, non poteva. Non a seimila chilometri di distanza, a Milano, in una tenuta anonima da giovane hipster. Improbabile. E poi anche se fosse? Dove stava il problema? Eravamo due adulti consenzienti. No?

Presi un bel respiro, raddrizzai la schiena e ordinai al ragazzo del catering di servirmi un bicchiere di succo alla pesca. In attesa mi trovai ancora una volta a irrigidirmi nello scorgere la mano di Prinetti/Jack il fottitore australiano prendere un flûte di vino bianco sotto i miei occhi.

«Golightly…», disse, «Che origini ha?».

Alzai gli occhi, e mi venne la pelle d’oca nel rivedere i suoi intensi. Mi fissava, calmo e attento, in attesa di una risposta.

Deglutii, anche se non c’era alcuna traccia di saliva, e abbozzai un sorriso tremolante.

«Scozzese, mio padre», risposi mentendo, sperando che il vuoto nella sua memoria fosse permanente.

Indossavo una maschera, avevo una tulle da sposina tra i capelli, vestita da zoccola, una maschera, quindi la sua immagine di una certa Elizabeth del Montana, poteva restare offuscata.

Mi guardò di traverso, studiandomi, e desiderai sprofondare nel buco nero scoperto da qualche mese dalla Nasa.

«Da quanto lavori alla Vigoretti & Prinetti Concept?», chiese.

«Cinque anni», risposi.

Sollevò le sopracciglia, e gli angoli della bocca si incurvarono.

«Allora sei brava», disse con una lontana nota ironica.

Stavo per chiedergli il senso dell’affermazione cercando di non sembrare offesa. Era noto a tutti che un grafico dopo cinque anni in una agenzia pubblicitaria o saliva di livello oppure era un poco di buono, e non lo ero. Cioè lo ero, ma solo per quella agenzia. Facevo davvero il minimo indispensabile. Avevo accettato il lavoro per lo stipendio di fine mese e per una forma di ripicca verso Tyler, il mio esecutore testamentario. Avrei potuto fare a meno di lavorare fino alla fine dei miei giorni se il mio patrimonio non fosse stato vincolato da lui e dalla mia cocciutaggine.

«Per la Vigoretti & Prinetti Concept direi di sì», risposi.

Ed era la verità. Anche essendo la miglior grafica del pianeta in quell’agenzia non ci sarebbe stato alcun modo di brillare.

Il cameriere mi porse il bicchiere di succo che afferrai rapida portandolo alla bocca per berlo. Lo notai incurvare nuovamente le sopracciglia e guardarmi come se stesse tentando di capire qualcosa. Ma poi il suo sguardo si allontanò dal mio viso spostandosi al mio braccio e infine scese lungo il corpo, come se cercasse di collegare chi fossi in quel momento con la donna che si era sollazzato appesa a un muro pochi giorni prima, poi scosse la testa sovrappensiero.

«Ci vediamo Golightly, presto incontrerò tutti gli impiegati, quattro chiacchiere per conoscerci e parlare dei miglioramenti da fare insieme».

«Va bene», risposi riportando il bicchiere alle labbra e solo allora mi resi conto di avere un indizio indelebile addosso ed era sempre stato sotto il suo sguardo. Il tatuaggio delle rondini al mio braccio.

Raggiunsi spedita Linda intenta a parlottare con le ragazze dell’area digital. Al sicuro, in un angolo, schermata dai presenti lo cercai tra la platea stando attenta che non si accorgesse delle mie attenzioni.

«E’ insieme a una influencer», disse Veronica Lancetti, front end developer area digital.

«Quale?», chiese Linda.

«Non ricordo il nome, una delle tante, quella con il culo rifatto».

«Non dici nulla così, ce l’hanno tutte rifatto, influencer di cosa?», chiese la darkona.

«Ma roba di non lo so, scrive cazzate in un blog su come essere consapevoli, scienze olistiche, diete, consigli sugli acquisti, non lo so, trucchi, tuttologia e posta foto del suo culo notte e giorno», tagliò corto Veronica.

«Di chi parlate?», chiesi intromettendomi.

«Di Prinetti, è insieme a una influencer», disse Linda.

Ah però!

La notizia in parte mi rallegrò, ma solo in parte, perché nei giorni successivi a quell’assurda nottata al sex club Lux Valhalla avevo pensato a lui, più di quanto volessi ammettere.

Tornai a cercalo tra i presenti e lo vidi gettarmi un’occhiata vaga e incerta. Per il momento non sembrava avermi riconosciuto e sperai che il vuoto persistesse.

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Capitolo 2

Intrigo

«Stai sorridendo», commentò Silvia seduta accanto nel sedile passeggero del Range Rover.

La ignorai, guardando i pedoni zombie attraversare via Vincenzo Monti.

Non stavo sorridendo. Ero solo divertito e intrigato nel ripensare a Sabrina Golightly.

La maglietta nera, i jeans stretti, le sneakers la facevano sembrare il fantasma della bella figa incontrata a New York. E il suo atteggiamento annoiato e rigido decisamente diverso dalla Elizabeth del Montana.

Che stronza!

«Stai sorridendo», disse ancora Silvia.

Non sorridevo, ero solo compiaciuto dalla situazione. Non l’avevo riconosciuta subito anche se ammetto i suoi occhi grigio verdi mi avevano affascinato dal primo istante. Era stato al buffet, quando si era portata il bicchiere alle labbra e il tatuaggio di rondini svelato ai ricordi, che avevo associato la sua mano e i suoi occhi mentre me lo prendeva in bocca e in crisi si adoperava spaventata che non mi piacesse. Ah le donne! Adoravo farle sentire incapaci nell’arte del pompino, riuscivano sempre a prodigarsi con tanta cura poi per eccellere.

«Sì, ripensavo alla giornata», dissi.

«Presumo sia andata bene».

«Molto bene».

«Credi che riuscirai a rimetterla in sesto».

«Non ho alcun dubbio in proposito».

«Bravo il mio amore, senti sabato sera siamo invitati all’inaugurazione del nuovo show room della Morgagni».

Dio no!

«Non ci sono sabato, vedo mio fratello».

«Uhm, ma non riesci proprio ad esserci?».

«No, dobbiamo discutere di alcune faccende».

Silvia fece quell’espressione da stronza capricciosa che me lo faceva ammosciare all’istante.

«Chiedi a Viviana di accompagnarti».

«Sì, ci stavo già pensando», disse digitando compulsiva al cellulare.

Era tutto quello che faceva ventiquattro ore al giorno e faticavo a ricordare l’ultima conversazione con occhi fissi uno nell’altra, ma a pensarci bene non ne avevamo mai avuta una.

Lentamente, come il traffico di Milano alle sette di sera, ritornai ai miei pensieri e a Sabrina Golightly…

Chissà se mi aveva riconosciuto? Non lo aveva dato ad intendere.

Allentai la cravatta, il collo sudato nonostante l’aria condizionata fosse al massimo, e guardai Silvia accanto sepolta nel cellulare.

E se invece mi avesse riconosciuto e come me avesse fatto finta di nulla? Scrollai le spalle. Poco male. Eravamo due adulti consenzienti, non c’era alcun problema. E poi tutto quello che accadeva al club Lux Valhalla restava al Lux Valhalla, non dovevo preoccuparmi.

«Stai sorridendo di nuovo», disse Silvia.

Non sorridevo, ero solo stuzzicato dal fatto che Sabrina mi avesse preso in giro inventandosi un nome fittizio, Elizabeth del Montana, ma del resto avevo fatto altrettanto io inventandone uno ugualmente generico, e che non ricordavo. Mi slacciai il bottone della camicia. Era stata una bella scopata, mi faceva male l’uccello a ricordare come mi era venuta tra le mani. Nei giorni seguenti all’incontro mi ero anche sorpreso a vagare con la mente a lei e all’appuntamento concordato per il prossimo settembre a New York.

E invece eccola lì, grafica nella mia agenzia a seimila chilometri e con l’aria innocente di una educanda svogliata.

L’alone di mistero dietro Sabrina ammetto rendeva l’attrazione più divertente e anche se esisteva un confine serio e ben evidente per il fatto che fosse una mia dipendente, per il mio bene avrei fatto meglio a concentrare l’attenzione a risistemare quella merda di agenzia e cederla al più presto e tornarmene quanto prima a New York.

Parcheggiata l’auto nel cortile, Silvia scese per prima fiondandosi dentro l’androne delle scale, io mi occupai di recuperare dal bagagliaio i documenti degli ultimi bilanci e le schede dei dipendenti seguendola poi all’attico che aveva preso in affitto per il mio soggiorno a Milano. Chiusa la porta alle mie spalle sfilai la cravatta liberandomi dall’imbarazzante cappio al collo che in quella città sembrava una necessità portarla per distinguersi.

Nel corridoio incontrai la borsa di Silvia per terra e come uno zerbino mi piegai a raccoglierla. Che cazzo avevano le donne con le borse. Pesavano una tonnellata ed erano sempre in mezzo ai coglioni.

Silvia Pelci, nome d’arte Tessa Keys, influencer del vivere sano, era una bella ragazza senza complicazioni e con basse pretese. L’avevo conosciuta ad un party un anno prima a New York, anche lei italiana, avevamo iniziato a frequentarci prevalentemente perché la ospitavo quando era in sosta in città. Un bellissimo culo, non molto brava a letto, per lo più fingeva e lo sapevo, ma era piccolina e mi piaceva girarmela tra le mani e godere senza fatica. Una bambolina passiva. Utile per le comparsate in giro negli eventi che contavano da cui traevo sempre qualche contatto interessante per consulenze pubblicitarie. Eravamo fidanzati virtuali e senza impegno. Purtroppo il lato negativo di frequentare una influencer era la faccenda che non smetteva di elaborare strategie marketing al secondo. Ogni circostanza, qualsiasi, una farfalla che si appoggiava sul vetro della finestra, un biscottino vegano adagiato su un piattino, o i mille regalini che riceveva ogni giorno erano fotografie e video da postare a ciclo continuo. La sua testa ne era completamente assorbita.

Frequentarci le aveva fatto ottenere qualche migliaio di followers grazie al fatto che a New York ero balzato agli onori della cronaca per aver curato la campagna lancio di un vino rosé nuova tendenza degli aperitivi a Manhattan.

La nostra relazione, se proprio dovevamo chiamarla in quel modo, aveva funzionato per il semplice fatto che lei viveva a Milano e io dall’altra parte del mondo, e ora con la mia sosta in città dopo solo tre giorni insieme, ero già in crisi. Dovevo farle un discorso quanto prima e liberarmene.

«Ordino japy?», chiese dal divano.

«Va bene», risposi, «Vado a farmi una doccia».

Entrai in camera, gettando la camicia e la cravatta su una sedia sfilandomi il resto degli indumenti. Attraversai il tappeto decorato, ed entrai in doccia. Sotto lo spruzzo del soffione distesi il collo e lasciai rilassare i muscoli testi delle spalle e della schiena. Sabrina Golightly…

Afferrai il doccia schiuma e ne versai una piccola quantità sulla mano passandola poi sul petto e sulle braccia, pensando a come si era comportata quattro giorni prima rispetto a quella mattina. Diversa, e con una distanza che non riuscivo a definire. Era lì ma non era reale. Come se stesse indossando una nuova maschera e c’era da domandarsi qual fosse quella vera, forse ve ne era una terza nascosta dietro quegli occhi e trasalii.

Deglutii respirando a fatica e lisciandomi i capelli con la mano bagnata abbassai lo sguardo ed eccolo lì, ad implorare sollievo. Ruotai la manopola dell’acqua e mi sciacquai con una cascata gelata.

Rivestito tornai in soggiorno. Silvia era ancora sul divano, il televisore acceso sul canale lifestyle e ne approfittai per visionare la struttura organizzativa della società.

Quest’ultima doveva essere alleggerita e ricomposta in nuove divisioni. Era tutto sprecato, energia persa in giornate di studio, inoltre tutta la forza creativa canalizzata dentro il business anziché fuori. Non c’era neppure un reparto ricerca e sviluppo. Era come curare un depresso in una continua analisi interna piuttosto che fargli fare un passeggiata all’aria aperta. Avevo trascorso il pomeriggio analizzando i bilanci degli ultimi tre anni e la situazione non era per nulla promettente. Mio padre mi aveva chiesto di portare l’azienda in attivo per cederla quanto prima, recuperando quanto perso negli anni. Un buco da cinque milioni di euro. Avevo accettato un po’ ignaro della situazione e fondamentalmente perché mi aveva promesso di finanziare un progetto che da tempo sviluppavo per i fatti miei e per aiutare mio fratello a lanciare sul mercato italiano il kit del suo laboratorio di genetica.

Non vedevo alternative davanti ai documenti, dovevo fare dei tagli e reinvestire sulla creatività.

Mi era bastato fare un giro di strette di mano per individuare subito chi mi sarei tolto dalle palle. Tra questi diversi Project Manager, da sostituire con nuovi ingressi più aggressivi e moderni. Se volevo vendere dovevamo innovare le persone non le idee, quelle sarebbero nate dopo.

«Amore», disse Silvia spuntando con la testa dal divano, «Ma se settimana prossima vado a Ibiza ti arrabbi?», chiese con la vocina da bambina.

«Nessun problema», dissi.

«Ci sarà anche Mauro».

Figurarsi se mi interessava del Dj Cuzzaro, il suo ex morto di fama. Anzi, se c’era un ritorno di fiamma tra loro ci guadagnavamo tutti, compreso il sottoscritto che se la levava dalle palle con successivo aumento di followers assatanate a consolarmi. Poverino, un uomo tanto carino, abbandonato e tradito.

«Vai pure io sarò impegnato», dissi, anche se l’idea di un po’ di mare non mi dispiaceva. Mentre parlavo arrivò una notifica al cellulare dalla sua pagina Instagram.

Aveva appena postato una sua foto sul divano in quell’atteggiamento moccioso da troietta sexy con la mia cravatta annodata al polso completa di didascalia.

Love is blind! ♥

#fallinginlove #loveforever #meandyou #sexyboy #bestlife.

A volte non capivo se avesse il cervello deteriorato dalle onde elettromagnetiche del cellulare per chiedermi di scopare con un post. Si sarebbe potuta alzare, avvicinare, sedersi sulle gambe che so, stimolarmi un poco. No, con lei funzionava così. Si faceva una bella fotina sexy e poi la postava. Purtroppo Silvia e come lei tante altre utilizzava la rete per rimandare le delusioni. Se io non avessi avuto voglia, si sarebbe consolata con la dose di adrenalina da like, se invece mi alzavo, come stavo facendo in quel momento, la stessa dose arrivava sotto altre forme. Vinceva comunque ottenendo una doppia dose.

Avvolsi la cravatta annodata dal suo polso al mio e la tirai su a sedere.

«Ti piace l’idea?», disse smorfiosetta.

L’idea mi piaceva, ma non si esortava così un uomo. Per quanto noi ragionassimo a senso unico capivamo sempre chi era attrice e chi no, almeno io. Lei lo era e io per questo la scopavo senza pensieri e problemi. Sabrina invece non era un’attrice e mi stimolava molto di più, e mi resi conto di pensare a lei più di quanto credessi.

Un pompino più tardi leggevo la sua scheda.

Sabrina Golightly

nata a New York 11/11/1991

Residente a New York al 101 East 69th street

Domicilio via Ciro Menotti 48, Milano.

Tornai indietro e rilessi l’indirizzo di New York… per tre volte, incredulo e stupito. Conoscevo molto bene l’indirizzo. Era la residenza di Tyler Aldescot e sede del Lux Valhalla il sex club più esclusivo di New York. Ne ero più che certo, socio premium ormai da quattro anni.

A conferma però lo cercai su google maps tanto per esserne certo. Selezionai la visualizzazione satellitare e guardai un’immagine primaverile sullo schermo che rendeva il palazzo a Park Avenue più brillante di quel che fosse nella realtà. Appoggiai le spalle allo schienale della sedia confuso. Che razza di coincidenza era? E chi era Sabrina Golightly?

Googlai il suo nome in rete trovando ben poco riferito a lei. Non aveva profili social e le poche informazioni presenti riguardavano suo padre, ex-socio di Tyler Aldescot, Paul Golightly, scomparso prematuramente ormai da otto anni. Dalle poche notizie in rete sembrava che lei e la sorella fossero le ereditiere insieme a Tyler dell’impero del sesso. Tra le immagini della ricerca ne trovai una con ritraente lei ragazzina e la sorella il giorno del funerale con tutto l’entourage di Lux Valhalla mascherato per la cerimonia. Nella foto Tyler abbracciava la più piccola e Sabrina accanto gli stringeva la mano.

Mi chiesi cosa ci facesse come ritoccatrice grafica presso la mia agenzia. Poteva essere su uno yacht al largo della Hawaii o in qualsiasi altro posto al mondo, un resort, ovunque girasse il denaro invece… a Milano.

Ricordai però di una chiacchierata con Tyler una sera in cui mi aveva parlato di lei in merito al futuro del locale e di un problema con il passaggio di successione. Non ricordavo di preciso i dettagli della chiacchierata, avvenuta durante una delle nostre corse del mattino, bensì la sua preoccupazione e il fatto che la ragazza non fosse intenzionata a subentrare per questioni personali e altro che avevano a che fare con la madre.

In mezzo ai ricordi si fecero vivide le immagini del nostro incontro focoso al Lux Valhalla e soprattutto rammentai la presenza di Tyler a qualche metro dal nostro amplesso.

Cristo Santo.

Lui doveva sapere per certo chi era la ragazza tra le mie mani quella notte. Conosceva tutti oltre le maschere. Un moto di vergogna divampò in un bollore al corpo. Avevo creduto si fosse fermato a guardarci piacevolmente colpito dalla situazione. In passato c’era capitato anche di scopare qualche donna insieme, ma lungi da me pensare che quella sera si fosse soffermato per aver riconosciuto Sabrina. E il sorriso compiaciuto che ci eravamo scambiati come interpretarlo oggi? Mio Dio, a mano a mano che i ricordi si ricomponevano rammentai anche il messaggio inviatogli l’indomani prima dell’imbarco per l’Italia con cui mi ero vantato della magnifica scopata.

Cazzo!

Aveva risposto con un pollice alzato e un sorriso.

Stavo per chiamarlo e scusarmi, per non so neppure io. Insomma che cosa avrei dovevo fare? Tutto quello che succedeva al Lux Valhalla restava nel Lux Valhalla, e non potevo immaginare che Sabrina… Che cazzo era Sabrina per lui, la figlioccia?

Il campanello suonò distraendomi per un attimo dall’ansia dei mille pensieri riguardo a Sabrina.

«E’ arrivato il rider», disse correndo Silvia alla porta. Chiusi il computer confuso.

Sabrina Golightly, porca puttana, lei e quell’aria svogliata che me l’aveva fatta desiderare appena aveva scosso le spalle indispettita dal mio approccio. Sabrina Golightly e la sua fighetta stretta come una morsa mentre veniva. Sabrina Golightly la figlioccia di Tyler. Dovevo assicurarmi che non mi avesse riconosciuto e parlare con Tyler al più presto.

La notte trascorse agitata tra ricordi di lei al club e al buffet del mattino e l’indomani arrivai in ufficio un’ora prima attendendo di rivederla. Alle nove la osservai raggiungere la scrivania calma, levarsi la borsa a tracolla, sedersi e ciondolarsi con la sedia in attesa dell’avvio del computer. Andrea Marchesi mi raggiunse in ufficio offuscandomi la vista.

«Buongiorno Tommaso».

«Ciao Marchesi accomodati».

Andrea si accomodò nella sedia slacciando il bottone della giacca rivelando un po’ di pancia in più di quello che avrebbe dovuto avere per la sua età. Sembrava un cinquantenne invece dei trenta.

«Hai visto un po’ la situazione?», chiese serio.

Annuii.

«Ieri ho dato una rapida occhiata ai bilanci, mi spiace, ma dobbiamo fare dei tagli e reimpostare le sezioni, ci sono alcuni dipendenti che possono alternarsi su due fronti. Mi dispiace».

«Lo penso anche io».

«Inoltre i Project Manager attuali vanno seriamente rivisti. Per esperienza so che in Italia uno degli errori comuni nel selezionarli è che non abbiano necessariamente una profonda conoscenza dei dettagli tecnici del progetto di cui sono responsabili, bensì più orientata al prodotto e al commerciale. La penso diversamente. Devono avere pari competenze. Non possono interagire con la forza lavoro e con i clienti se non conoscono i procedimenti alla base, si crea malumore e produttività stressante».

Vidi Marchesi raddrizzarsi sulla schiena. La paura si era insidiata, perché lui era uno di quelli. Bravo a parole, organizzazione, ma non conosceva il lavoro alla base. Tutto facile da fare con il culo degli altri.

Potevi anche avere una visione finale del progetto, ma se ti mancava quella del processo per arrivarci, se non creavi sinergia con i tuoi collaboratori impostavi solo doveri con il risultato di lavori mal eseguiti e insoddisfazione.

«Comunque io comincerei facendo un colloquio di metà semestre con i dipendenti per valutare come procedono con gli obiettivi annuali e per conoscerli».

«Certo, vuoi che ti organizzi l’agenda?».

«Mi faresti un favore, considera mezzora per ogni dipendente, e puoi iniziare a fissare i colloqui già da domani. E’ solo una chiacchierata informale, fai girare l’informazione, non voglio che si allarmino. Non prenderò decisioni fino a dicembre».

«Perfetto mi metto subito al lavoro, da dove inizio? Quadri?», chiese.

Alzai gli occhi e la mia attenzione si precipitò a Sabrina che in quell’esatto momento si stava alzando dalla sedia con una tazza in mano.

«No, dalla base», risposi.

Volevo averla davanti al più presto, nella stessa sedia dove in quel momento si trovava Marchesi sudato e scoprire se gli ero noto come Jack. Alla fine, dopo la notte quasi insonne, mi ero ricordato il nome fittizio usato con cui mi ero presentato.

«Senti Tommaso», disse Marchesi in piedi sulla porta. Che coglione, pensai. Sicuro era in procinto di invitarmi a giocare a tennis. La sera prima per ogni dipendente avevo fatto alcune ricerche nei profili social appuntandomi gli interessi e varie cazzate postate pubblicamente. Un modo per delineare meglio i caratteri. Ero riuscito a scovare piccoli indizi di quasi tutti i dipendenti tranne ovviamente di Sabrina che avevo immaginato preferisse usare uno pseudonimo per via del suo legame con il Lux Valhalla.

«Abbiamo una convenzione con il circolo sportivo di Lambrate, tu giochi a tennis?», chiese.

«No», risposi, «Non è nei miei interessi».

«Oh, peccato, però magari uno di questi giorni potremmo farci un aperitivo insieme».

Come no.

«Assolutamente», risposi per farlo smettere di sudare.

Mi alzai per salutarlo e cercai Sabrina nell’open space.

«Senti il caffè dove si prende?», chiesi guardandomi attorno.

«C’è la sala break in fondo a sinistra dopo i bagni», disse, «ma se preferisci te lo faccio portare».

«No, faccio da solo, così mi guardo in giro e vedo anche come riorganizzare l’open space, è spoglio Marchesi, non c’è passione», dissi scivolando fuori dall’ufficio.

Appena entrai nello spazio ristoro un gruppetto di dipendenti intenti a chiacchierare si azzittì appena mi misero a fuoco. Salutai con un sorriso e passo dopo passo avvicinandomi a Sabrina alla macchina del caffè americano li sentii alle mie spalle dileguarsi uno a uno. Un po’ mi gratificai del sommo potere di essere il capo, ma allo stesso tempo mi infastidii che perdurasse ancora la tensione fantozziana tipicamente italiana.

Sabrina ascoltava musica con le auricolari muovendo la testa su e giù al ritmo del brano, rock immaginai per la cadenza svelta del suo movimento. Non credo mi avesse visto e soprattutto sentito entrare. Mi presi pertanto tutto il tempo per guardare il suo corpo fasciato dentro una camicetta bianca su dei jeans neri aderenti fino ai suoi piedi avvolti in un paio di sneakers oggi bianche. Aveva i capelli raccolti con una matita piantata in un chignon scomposto, vagamente sexy. Difficile pensare fosse davvero lei la donna appassionata di solo cinque giorni prima. Quando Tyler mi aveva parlato di Sabrina aveva usato il termine puritana e figa di legno. Incredibile si riferisse alla sua figlioccia in quei termini, ma era Tyler, un iconoclasta sessuale estremo. Effettivamente nel vederla nella mise di quella mattina dava proprio l’idea di essere intollerante al genere maschile. Una che non te la mollava tanto facilmente, era forse la preziosa, o troppo intelligente per sprecarsi e godere. La speciale, e tuttavia un po’ lo era visto che se si concedeva, be’ fuoco e fiamme.

Avvicinandomi intuii dai suoi movimenti un nuovo brano musicale. Più melodico e armonioso per come ora ondeggiava la testa e il collo da destra a sinistra.

Dall’unico pensile presente cercai una tazza senza identità tra quelle con nome stampato. Scesi con lo sguardo lungo il bancone in cerca di un bicchiere o altro idoneo al caffè e notai Sabrina rigida accanto stringere la sua tazza tra le mani quasi stesse pregando. Piegai il volto guardandola di sottecchi, lei alzò appena lo sguardo per sorridermi e togliendosi un’auricolare, indicò uno scaffale ai miei piedi.

«Le tazze senza nome sono lì sotto», disse.

«Grazie». Mi prodigai a prenderne una e la feci scivolare accanto alla sua.

Lei si versò una tacca di caffè nella tazza con il suo nome inciso e un coccinella a distinguerla presumibilmente da un’altra Sabrina e dopo un «Ciao» condito da un’espressione seria e distaccata, se ne andò a tutta velocità.

No, non mi aveva riconosciuto. Impossibile. La reazione era stata la stessa che avrebbe avuto un qualsiasi dipendente se gli fossi sopraggiunto alla spalle. Paura e diffidenza.

Di nuovo nel mio ufficio vidi con piacere come Marchesi in meno di dieci minuti avesse stilato gli appuntamenti per l’intera settimana. Veloce andai a caccia del cognome.

Lo pronunciai muto. Golightly. Mi piacque la sensazione sulla bocca e sulla lingua nell’articolarlo. Vibrava di sesso orale. Golightly…

L’incontro era fissato per le quattro dell’indomani ed ero proprio curioso. Volevo sapere cosa l’avesse portata a Milano e soprattutto a fare un lavoro così mediocre rispetto alle potenzialità del suo curriculum. Insomma, curiosità lecite considerando che aveva una fortuna ad aspettarla sotto al materasso e una città di origine che era il sogno di ogni essere vivente su questo pianeta.

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Cogli la mela

Cogli la mela

Per essere i primi giorni di Aprile c’era un caldo torrenziale quanto una giornata di inizio estate.

Risalivo un sentiero battuto dal sole da circa venti minuti, sfiancata e sudata. Avevo sfilato la felpa per la settima volte per legarla in vita sapendo bene che non appena mi fossi addentrata in una zona d’ombra l’avrei di nuovo indossata. Il percorso per raggiungere rifugio di montagna si alternava tra mulattiere alberate con alta prevalenza di vecchi castagni e lande spianate di erba, dove l’ombra non regnava se non per mezzo di qualche sparuta e solitaria nuvola. In questo nuovo millennio il clima era decisamente mutato, un dato di fatto ormai ed evidente a chiunque, soprattutto ai “qualunquemente”, il che significava che era un problema serio. Se un qualunquemente all’improvviso si era accorto dei cambiamenti climatici significava che la faccenda ormai aveva superato il limite. Tuttavia, da quando mi ero trasferita a San Sebastiano Curore avevo imparato a guardare il succedersi delle stagioni con una nuova prospettiva tanto che a volte avevo l’impressione che esistesse una forza superiore e ne regolasse gli effetti. Sì, insomma che ci mettesse del suo a molestare le stagioni, soprattutto sgombrava il cielo da perturbazioni concedendo una strada preferenziale al sole, forse per dare all’uomo nuove energie e spingerlo ad evolversi.

Chi poteva restare fermo davanti ad un cielo terso e al sole caldo? Ti spingeva ad uscire, camminare, fare qualcosa, anche solo alzare il viso da terra e fissare l’orizzonte. Eri obbligato a mettere la testa fuori dalla tana ed era proprio per via di quel sole che avevo accettato il suo e fare una bella escursione prima che l’estate scoppiasse e rendesse quei pelligrinaggi troppo faticosi. Ma oggi era come essere in piena estate.

Dal cellulare guardai prima l’ora e successivamente consultai la mappa per valutare quanto mancasse alla vetta. Mi trovavo a metà tracciato con ancora due ore di cammino e un dislivello complessivo di 1300 metri. Era il caso di fare una sosta prima di affrontare l’atto finale. Adocchiai un solitario melo fiorito non molta distanza. La penombra dei suoi rami mi parve ideale per riposarmi senza raffreddarmi troppo. Ripresi la marcia nella macchia verde evitando di calpestare le prime margherite giganti che timidamente si aprivano al cielo. Mi trovavo più o meno a duecento metri dal melo quando un fruscio proveniente da est richiamò la mia attenzione arrestando il mio passo. Luca, il mio vicino di casa qualche giorno prima mi aveva raccontato di aver avvistato un paio di lupi aggirarsi per la brughiera. Quando avevo ascoltato il suo racconto lo avevo considerato come il suo consueto avvistamento/allarme prodotto da croniche ansie da ex cittadino trapiantato in campagna. Negli anni avevo imparato a prendere le sue preoccupazioni o per meglio definirle “visioni” al pari della favola di Esopo: “al lupo al lupo”. La differenza tra la favole e Luca era che quest’ultimo non scherzava, ma ci credeva realmente. Viveva nella paura incurabile di tutto, persino dei ghiri che di notte zampettavano sopra i nostri tetti. Nel territorio della Val Curone di lupi non se ne vedevano da almeno cinquant’anni e tanto meno si erano trovate tracce di loro eventuali attacchi. Solo Luca poteva averli avvistati, ovviamente nella sua fervida fantasia angosciante. Tuttavia quel fruscio, e in parte influenzata dalle visioni del mio vicino paranoico mi domandai se per caso non fosse la volta buona che la fiaba del lupo si avverasse in quel preciso istante. Titubante aguzzai ben bene la vista fissando il punto dal quale mi era sembrato provenisse il movimento. Concentrata cercai di sconnettere qualsiasi altra interferenza e lentamente, in una panoramica in modalità slow motion, osservai i dettagli della vegetazione pezzo per pezzo, finché i miei occhi si agganciarono a quelli profondi e scuri di un bellissimo capriolo. Se ne stava immobile e guardingo con il suo sguardo fisso nel mio ai margini del bosco. Sorrisi di cuore a quel contatto intimo. Non potevi esimerti dall’ammirare la loro incantevole bellezza. Possedevano, per natura, un singolare magnetismo che irradiava eleganza e calore, anche se erano dotati di un verso raccapricciante e inquietante tanto da far scappare anche un lupo. Era al pari di una bestia iraconda. L’esatto opposto di quello che sembravano. Innocenti ed innocui. Ricordavo bene la prima volta che ne avevo avvertito uno. Alloggiavo ancora nella roulotte accanto al rudere in ristrutturazione. Il suono rauco della loro ugola mi aveva svegliata di soprassalto in piena notte lasciandomi fino all’alba impaurita e accucciata in un angolo con un coltello alla mano maledicendo me stessa per la vita da eremita disperata che avevo scelto dopo la crisi del 2009.

Il capriolo dopo essersi accertato che non ero una minaccia si mosse di qualche passo rientrando nella vegetazione boschiva. Fu allora che intravvidi nelle retrovie un cucciolo altrettanto guardingo. Appena la madre zompettando si era addentrata nella macchia il piccolo l’aveva seguita trotterellando veloce.

“Ciao Ciao”, dissi per poi riprendere il mio cammino in direzione del melo. Niente al lupo al lupo, pensai sorridendo.

A mano a mano che mi avvicinavo al melo mi resi conto di quanto fosse imponente il fusto. Le dimensioni del tronco superavano il metro e mezzo abbondante. Mi chiesi da quanto tempo regnasse in quella landa solitaria. Raramente un albero di mele superava il secolo di vita, ma il dettaglio del suo apparato radicale lo rendeva decisamente più anziano. La chioma ampia e i suoi fiori bianchi e rosa sembravano totalmente immuni alle avversità del tempo trascorso. Giunta ai suoi piedi, ne toccai la corteccia e cercai alle sue radici se ci fosse la presenza di qualche fungo parassita, mi rallegrai nel constatare che non ve ne erano. Era illeso al degrado del regno umano e soprattutto da quello degli artropodi.

“Sei proprio un bel melo”, dissi. Steso il telo sotto il fogliame fitto mi ci sdraiai a osservare i suoi lunghi rami. Tra le mille domande che la mia mente sfornava a ritmo di una centrifuga consentii solo ad una di accedere alla corsia preferenziale dei pensieri consci. “Come è arrivato il suo seme fin qui?”. Nel circondario non avevo visto altri fruttiferi. Con tutta probabilità, era stata l’opera di un’altra anima in pena come la mia che dopo essersi rifocillato con una mela ne aveva gettato a terra il torsolo, o forse era stato portato dal vento, o forse era caduto dal becco di un uccellino in volo. Come nella vita umana, anche lui in qualche modo era stato abbandonato inconsapevolmente, o trasportato dalla corrente degli eventi, oppure scampato alla predazione per un caso fortuito. Ma che importanza aveva porsi una tale domanda. Non aveva alcun valore conoscere la storia del seme e da dove provenisse. Semmai era la sua presenza silente a interessarmi ora. Scattai una foto al melo registrandola nel mio archivio insieme alle coordinate della latitudine dove mi trovavo. Mi ripromisi di tornarci tra un paio di mesi per assaggiare i suoi frutti semmai ne producesse ancora.

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Amore in salsa porno

Amore in salsa porno

La vita è stare in un letto con te, tutto il resto è soltanto attesa.

Misi in pausa il video lasciando un fighissimo Michael Fassbender appollaiato sul divano avvolto da un asciugamano e ripensando a quella frase appena pronunciata mi resi conto di come in pochissime, ma essenziali parole fosse racchiuso il senso di tutta una vita. L’afflizione a cui noi donne e forse anche gli uomini andavamo dietro da che gli ormoni si erano attivati in noi. Trovare l’amore, girare in tondo tutto il giorno tra lavori e menate varie e infine a letto con lui e bum fine del viaggio. Tutto molto semplice e sostanzialmente vero.

Sospirando voltai lo sguardo alla finestra. Pioveva da due giorni e le previsioni meteo non davano notizie rincuoranti nemmeno per la settimana a venire. Perturbazione proveniente da est. A quell’ora sarei dovuta essere al rifugio sul Resegone, seduta accanto ad un bel camino ardente a mangiare spezzatino con patate accompagnato da fiumi di buon vino e invece mi trovavo bloccata nella mia Milano grigia e umida a poltrire sul divano. Tornai al video e riguardando quell’uomo avvolto da un asciugamano, pensai che sì, anche io sarei rimasta volentieri a letto con lui, perché tutto il resto era solo una attesa noiosa di qualcuno che non si era mai più manifestato da che Marco se ne era andato a fanculo con la mia migliore amica.

Un addio avvenuto più o meno quattro anni prima e precisamente il giorno della mia laurea. Avevo raccolto tra le braccia un mazzo di fiori e insieme la loro confessione. Tutta la felicità della mia conquista universitaria si era annullata dietro a quella sorta di tradimento. Ma non era la prima volta che tutta la mia felicità venisse irrimediabilmente distrutta appena raggiunta. Era la legge divina o karmica se la si vuole chiamare così. Il saperlo però aveva i suoi vantaggi. Avevo imparato a non aspettarmi mai nulla, non eccedevo mai nel godere del vivere, e in generale non credevo negli affetti che si sgretolavano nelle mani come sabbia di mare. Qualcuno mi definiva pessimista, ma era un etichetta affibbiatami da falsi ottimisti. Ero solo una disincantata, una realista, al contrario di coloro che vivevano nell’illusione. Il metodo per riconoscere il pessimista si basa su una legge universale. Il piaggni e lagna. I pessimisti si lagnano, i disncantati ridono sarcasticamente alla programmazione con cui siamo stati cresciuti e condizionati.

In quel impigrirmi malinconico intercettai gli ansimi di una donna provenire dalla camera da letto dell’appartamento accanto. Scossi la testa sconsolata e recuperai le cuffie dal tavolino per non sentire altro. Come ogni domenica da quattro mesi a questa parte il mio vicino era all’opera con la donna di turno. Era ancora un mistero come riuscisse ad attenersi a certe prestazioni, come del resto lo era anche la sua persona che non avevo ancora avuto modo di incontrare. Questo fatto non mi aveva permesso di farmi un’idea più precisa di chi fosse e quale lavoro svolgesse. Il condominio dove abitavo sembrava abitato da fantasmi e raramente intercettavo qualche inquilino. Ma un sospetto però iniziava a balenare in me. Se fosse stata una donna anche senza vederla sarebbe stato lecito pensare si trattasse di una escort come le chiamavano garbatamente ai giorni nostri le troie, un modo per legittimare un mercantilismo vizioso. Oppure forse lo era lui,  ma non bissava mai, o meglio, non si era ancora ripetuto con nessuna delle donne e pertanto era ragionevole pensare che non fossero clienti fisse e per come ci dava dentro non credo mancasse in performance. Era ancora un mistero. Il “trivella” lo chiamava Carolina l’inquilina del piano di sopra, l’unica abitante intercettata di quel piccolo condominio al ticinese. Anche lei tormentata dai cori erotici del fine settimana e dei quali spesso ne discutevamo durante le serate di qualche talent show. Una sera avevamo anche stilato una lista suddividendola in categorie. C’erano le strillone, le teatrali, le cagne, le spiritate, le zombie, le valchirie, le stridule, le paurose, e le santificate, le migliori, almeno per me. Dio per loro era un cazzo. Io sinceramente non sapevo a quale categoria appartenevo, di solito dipendeva dall’uomo con cui stavo e naturalmente da quando lui, be’, fosse attrezzato e come dire, partecipe. Ma per certi versi forse anche io rientravo nella categoria santificate e anche un po’ spiritate, ma ormai era passata tanta acqua sotto i miei ponti da non ricordare più nemmeno la sensazione di essere trastullata da un uomo. Da tre anni non facevo più sesso e sinceramente non mi mancava a parte quei due o tre giorni dell’ovulazione durante i quali dentro di me si accendeva una voglia sfrenata, ma avevo imparato a dominare. Era solo la suggestione di un corpo fertile che necessitava di essere ingravidato e per ovviare al problema avevo affidato il compito di placare gli umori al mio fidato massaggiatore sonico. Efficace, pratico, preciso e con ben otto modalità.  Nessun coinvolgimento sentimentale, con lui l’unica precauzione era quella di non perdere il cavetto di ricarica usb dedicato.

Questa mia astinenza al genere maschile non era stata proprio una scelta voluta, conseguenza di qualche malvagia e triste esperienza negativa, era semplicemente una mia totale perdita di entusiasmo dovuta al lavoro che facevo. Lavoravo nella produzione di un canale satellitare come assistente alla regia di un noto programma dedicato al mondo trasfigurato del sesso. Negli ultimi cinque anni non c’era stato party, locale, set porno che non avessi visitato e analizzato da ogni prospettiva. Ne avevo viste e sentite di tutti i colori ed ormai, per deformazione professionale, la mia visione romantica del sesso era un lontano ricordo. Ovunque guardassi vedevo solo tutto in funzione del sesso. Locali speciali per incontri speciali, traffico di gnocca in hotel di lusso, Montenapoleone preso d’assalto da valchirie dell’est, sfigati senza dna di uomo vero dietro a culetti allegri e falsi sorrisi, siti internet dedicati, letteratura erotica, vademecum su come farlo, perché e come e quando e quanto, trasmissioni televisive atte solo a legittimare espedienti che alla fine erano solo un modo per colmare quel vuoto atavico che ci portavamo dentro da che eravamo venuti al mondo. Sentirsi veramente. Ormai il sesso era solo accoppiamento anatomico, un camuffamento di un atto che era solo teatralità questo grazie al delirio sociale legato ad esso. Oscar, il mio capo, diceva che sesso e amore erano due faccende separate e che dovevo imparare a distinguerle. Certo, certo. Era sposato da quindici anni e da quello che mi diceva faceva ancora l’amore con sua moglie. Quando però guardavo la sua bella pancia gonfia e le occhiaie sotto gli occhi non riuscivo proprio a pensarlo mentre faceva l’amore. Era più facile pensare che anche lui scopava ridicolmente senza fare davvero l’amore. Era più probabile che si fottevano giusto per farlo, per quel richiamo fisiologico. Come pisciare al mattino appena alzati.

Con il lavoro che svolgevo, le occasioni tuttavia non mancavano, ma gli uomini che incontravo potevo definirli tutta carne e basta. Per carità, bella carne e anche cari ragazzi, ma l’apparenza li limitava nel resto. L’insicurezza in loro era così evidente da non farmi nemmeno svestire. Bambini, piccole creature dentro corpi bellissimi e scolpiti.

Prima di infilarmi le cuffie e riavviare il video per tornare a consolarmi con il film mi concentrai qualche secondo per captare con quale categoria si stesse accompagnando il vicino. Intenta a inquadrare il soggetto delle attenzioni del vicino, mi arrivò un messaggio al cellulare da Carolina.

Cagna

Scoppiai a ridere e le risposi immediatamente.

Stavo giusto ascoltando per individuare la specie e mi hai anticipato

🙂 Cosa fai?

Guardo un film?

Che film?

The conseulor

Scendo

Ok

Due minuti dopo era davanti alla mia porta con un sacchetto di patatine e un cesto di birre.

“Benvenuta”, dissi prendendo le birre.

“Dov’è quel gran figo di Fassbender”.

“In soggiorno, ci sta aspettando”.

“Wow non vedo l’ora, ce la farà il nostro stallone?”.

Riversate le patatine in una ciotola e stappate le birre sprofondammo tutte e due nel divano. Carolina aveva due anni in più di me, ovvero, trenta, fisioterapista di professione e nel tempo libero dj per eventi. Era una tipa tosta, una di quelle donne che non si lascia intimorire da nessuno. Capace di stenderti con un colpo di kung fu alla velocità della luce. Questo però era ben celato dietro le sembianze di una piccola ragazza dallo stile molto inglese a parte i capelli rosa. La reciproca conoscenza era avvenuta in ascensore la prima volta e successivamente il mattino durante la colazione al bar sotto casa. Due parole, due battute e tra noi si era instaurato un buon rapporto di vicinato. Eravamo diventate un appuntamento quasi quotidiano per non sentirci sole.

“Certo che Cameron Diaz in questo film è davvero una strafiga, credo sia una delle sue migliori interpretazioni”, commentò Carolina sgranocchiando una manciata di patatine.

“Lo penso anche io, è una di quelle attrici che nel tempo migliora, un po’ come Mattew McConaughey”.

“Sì, vero, anche lui, sempre meglio. Quello più invecchia più diventa figo, ha fatto un patto con il diavolo”.

Ed ecco che nel momento topico del film gli ansimi della cagna tornarono a farsi sentire.

“Come diavolo fa’?”, domandò Carolina, “Secondo me prende qualcosa sostanza. E’ impossibile che abbia questo controllo. L’altro giorno parlavo con il mio ortopedico, mi raccontava di uomini affetti da anorgasmia”.

“Cioè?”, chiesi curiosa.

“Sì, come le donne, non riescono a raggiungere l’orgasmo, pare dipenda dall’ansia”.

“Non lo so”, mormorai. “Non avendolo mai visto e nemmeno provato non posso giudicare. Io più che altro mi chiedo come faccia lei, cioè io dopo venti minuti di trivellamento continuo mi si asciuga, brucia, va a fuoco. Qui dietro stanno andando avanti da un’ora. L’avrà farcita di gel, impossibile tenere quei ritmi, nemmeno nei film porno reggono tanto. o almeno io non so te e comunque non voglio saperlo…”.

Carolina si alzò dal divano e andò a colpire con un pugno il muro.

“Inutile”, borbottai stoppando il video. “Sai che inizio ad avere il sospetto che lui sia un accompagnatore, anche se è impossibile, le tizie sono sempre diverse. Di solito se uno lavora bene ha sempre un ritorno di clientela. Ne ho parlato anche con il mio capo e non è riuscito a darmi una spiegazioni logica”.

Dopo il colpo assestato da Carolina, la cagna sembrò reprimere le proprie grida, ma solo per qualche secondo, poi tornò il suo ululato.

“Non ci avevo mai pensato”, disse lei. “Comunque non credo proprio sia un accompagnatore. L’ho incrociato ieri, almeno credo sia lui. Era in cantina”.

“Racconta”, dissi entusiasta.

“Non lo so, cioè era dentro la sua cantina e io stavo tirando fuori la bicicletta l’ho solo visto di spalle, ma sinceramente non potrei dire che fa quel mestiere”.

“Guarda, l’apparenza inganna. Dovresti vedere gli uomini improbabili sui set del film porno. Alcuni sono veramente sciatti, ma appena tirano giù le mutande mostrano un lato di sé che vale mille, forse la sua dote è quella e soprattutto il fatto che è da prestazione da record”.

Carolina scosse la testa. “Lascia stare. Non farmi pensare ai piselli. Stamattina ho trattato il signor Precotti e come al solito mentre gli lavoravo il ginocchio gli si è alzato il pisello. Ormai ha superato i settanta ma sotto ha un arnese lungo. Da impressione”.

In quel momento pensai al set porno per gli over sessanta ricordandomi di Benjo, così si faceva chiamare Osvaldo. Aveva superato i sessanta da diversi anni e ancora riusciva a farselo alzare senza pillola. Un vero veterano del porno. Aveva iniziato intorno ai vent’anni. Si definiva un “cazzuto”, mai termine migliore poteva rappresentarlo.

All’improvviso i gemiti si azzittirono di colpo e qualche secondo dopo udimmo la porta di casa del vicino chiudersi. Senza dirci una parola tutte e due ci fiondammo al balcone della mia stanza, curiose di dare un volto al vicino o alla tizia che si era appena fatta trastullare. Pioveva, ma chi se ne importava. Strizzate una vicina all’altra nel mezzo metro di terrazzino aspettammo di vedere chi usciva dal portone. E niente. Il taxi in sosta davanti al passo carraio era coperto in parte dal balcone del primo piano. E infatti non vedemmo niente se non l’auto fare retromarcia e sparire lungo il naviglio.

“Non capisco”, disse Carolina confusa rientrando in casa.

“Cosa?”, chiesi.

“Niente, è strano. Insomma, un secondo prima gemeva e un secondo dopo era sul ballatoio del condominio. Era già vestita? Lui anche? Cioè erano vestiti. E poi è uscito lui o lei? Non mi tornano i tempi. Io prima di uscire sarei andata in bagno…”.

Effettivamente il dilemma di Carolina aveva senso, ma appena rividi Fassbinder alla televisione optai per altri pensieri lasciando cadere il discorso detective in merito al vicino trombone.

“Dài non ci pensare, finiamo il film poi se ti va stasera possiamo andare a mangiare una pizza e a berci qualcosa al solito posto”.

“Volentieri”, disse Carolina zompando sul divano.

… to be continued…

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